30 Gennaio 2023

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Recensione del “Barone Rampante” di Italo Calvino…


Il barone rampante, Il barone che seppe comprendere più di tutti l’appurata essenza del proprio vissuto, la quintessenza dell’accostamento fra la solitudine e la società necessaria, ma vomitevolmente vicina e infida. Siamo precisamente nel 1767 a Ombrosa ed è da codesto punto che si inizializza l’illustrazione considerevolmente accurata, di un lasso di tempo che si incammina dalla Rivoluzione Francese verso la Restaurazione, periodi che devo dire sembrano non mostrare alcuna soluzione di continuità visto che vanno declamati all’interno della concezione calviniana. Cosimo Piovasco Di Rondò, nonché giovane di 12 anni discendente da una famiglia alquanto benestante, compie una scelta a dir poco rivoluzionaria: si ribella all’autorità e alle rigide regole della sua famiglia per vivere la restante parte della vita che gli si proiettava oltre — udite udite — sugli alberi. Cosimo difatti vive fra le più svariate esperienze nel suo osservatorio privilegiato dal quale osserva e comprende la realtà: continua a intrattenere rapporti con i familiari, principalmente con il fratello maggiore Biagio giacche narratore della vicenda; gioca con i suoi coetanei di estrazione popolare; conosce una bambina di nome Viola, figlia di altrettanti nobili proprietari della tenuta confinante, che diventerà il suo grande amore; scrive lettere ai maggiori filosofi della sua epoca; diventa amico di un Brigante a cui trasmette il gusto e la sapienza della lettura; incontra lo zar di Russia e Napoleone, che decide di andare a conoscere Cosimo che con la sua stranezza attira gli altri invece di respingerli; elabora un piano di riforma dello Stato continuando incessantemente a studiare, indagare, sperimentare e prima di tutto leggere. Ormai vecchio è stanco, un giorno si aggrappa alla mongolfiera di passaggio sopra gli alberi e vola via, fedele al suo fermo proposito di non toccare più terra nemmeno nel momento finale della sua esistenza. Egli dunque incarna l’uomo indipendente che non si adegua alle convinzioni impostegli dalla società, ma che è in grado di partecipare al contempo alla vita, tracciando percorsi alternativi e originali. È un libro che ergo va letto e meditato perché non a caso ogni pagina è l’esatta costruzione di ciò che avviene nella peculiare opera di Calvino che va meditata dunque alla luce del complesso ragionamento che Italo ci propone nel siffatto romanzo, un romanzo che dimostra quanto appartenessimo in sincronia alla terra e all’aria e avessimo bisogno a volte di sollevarci dalla concretezza soffocante delle preoccupazioni di tutti i giorni e di assumere un punto di vista dall’alto. E ciò pare a noi vicino perché abitare sugli alberi è una bella metafora per indicare la condizione di chi non rinuncia a stare con gli altri, facendolo a modo suo. L’interpretazione del barone rampante è pertanto fuorviante. Certo potremmo non definirla come tale se consideriamo solo l’aspetto favolistico caratterizzante; ma al contrario, affrontare diversi piani di lettura del libro, come taluni tuttavia fanno, è altrettanto pleonastico, basti pensare che l’ambientazione di cui si è servita la storia è solo un pretesto letterario, mentre ciò cui Calvino ha voluto in realtà dedicarsi è l’alienazione dell’intellettuale, della demenza dell’intellettuale e del suo vivere distante dalla società, vissuta come costrizione autoimposta per concetto etico e non come scelta volontaria, motivo per cui si tratta di un romanzo che non fa assolutamente riferimento all’apologia della vita eremitica apparentemente condotta dal buon Cosimo. Il racconto però è sempre surreale sino alla fine quando in punto di morte i familiari non riescono a farlo scendere giù dagli alberi per concedergli l’estrema unzione. Possiamo asserire pertanto che siamo stati vittima di una lettura facilitatrice di Italo Calvino e se c’è un apologo filosofico della Trilogia calviniana è proprio il Barone Rampante, il bandito, citando lo stesso Calvino, che si lascia prendere perché è diventato più lento leggendo libri, quindi non ha più il riflesso condizionato di sparare appena sente un rumore perché ha letto troppo e sa che decidere viene dopo una lunga meditazione.


“La disobbedienza acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella.”

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